22 01 2013

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Spesa pubblica: quando lo spreco è bipartisan

Nel pieno rispetto delle idee e delle opinioni degli amici e dei simpatizzanti dell’Unione Ciechi d’Europa, ci appare meritevole pubblicare un articolo estrapolato dal Corriere della Sera di oggi a firma del noto e autorevole esperto di Economia e Finanza Mario Baldassarri, Presidente della Commissione Finanze del Senato della Repubblica, che in diverse occasioni ha manifestato una apprezzabile sensibilità sociale per le categorie svantaggiate.
L’articolo offre sicuramente dati ed elementi di riflessione utili per qualunque cittadino che voglia partecipare in maniera consapevole e documentata al momento piuttosto travagliato del Nostro Paese.

Articolo pubblicato da “Il Corriere della Sera” martedì 22 gennaio 2013

UNDICI ANNI DI SPESE PUBBLICHE (BIPARTISAN)
di MARIO BALDASSARRI*

Sulle tasse e sulla spesa pubblica se ne dicono e se ne sentono di tutti i colori, però i dati «veri» sono quelli del ministero dell’Economia e delle Finanze, disponibili su www.mef.it. Facciamo allora parlare questi numeri.
Qualcuno va dicendo che il governo Monti è responsabile dell’aumento delle tasse che è stato costretto ad imporre di fronte all’emergenza finanziaria del novembre 2011 che ci avrebbe portati dritti dritti al default del debito pubblico. Lo spread aveva sfiorato i 600 punti e soprattutto si era collocato per settimane addirittura oltre quello della Spagna. Se fosse avvenuto il default e fossimo così tornati alla vecchia lira, oggi saremmo tutti più poveri del 50%. Ovviamente i ricchi se la sarebbero cavata lo stesso, mentre il 60/70% dei cittadini «normali» non avrebbe proprio saputo come sbarcare il lunario: la benzina sarebbe volata verso le 6.000 lire al litro ed una normale trattoria da 25 euro costerebbe attorno a 70/80.000 lire, per non parlare di affitti e rate dei mutui con interessi in lire del 14/15%, doppi o tripli rispetto ai tassi in euro. Vediamo allora i dati ufficiali a partire dal 2000 fino ad oggi. Nel 2000 il totale delle entrate pubbliche (cioè il totale delle tasse che cittadini, famiglie e imprese effettivamente pagano di anno in anno) è stato di 536 miliardi di euro, nel 2012 è stato pari a 764 miliardi, con un aumento di 228 miliardi di euro. Nello stesso periodo il totale della spesa pubblica è passato da 536 a 805 miliardi di euro, un aumento di 275 miliardi ben superiore all’aumento delle tasse! Conclusione: negli ultimi dodici anni, l’imponente aumento delle entrate pubbliche non è bastato a correre dietro al ben più imponente aumento delle spese. Di conseguenza, il debito pubblico totale, che era pari a 1.300 miliardi di euro nel 2000, ha superato i 2.000 miliardi nel 2012. E come un boomerang perverso, la spesa per interessi è balzata l’anno scorso ad 85 miliardi di euro e tenderà verso i 200 miliardi nel prossimo triennio, sempreché lo spread continui a scendere e si attesti almeno sotto i 250 punti base. Nessun governo quindi è riuscito a frenare o meglio a tagliare gli sprechi, le malversazioni e le ruberie nascoste dentro la spesa pubblica, né tantomeno a fare una vera ed efficace lotta all’evasione. Ecco allora che il confronto elettorale, più che su demagogiche promesse di riduzioni delle tasse, deve riferirsi a quali e quante spese tagliare e quali strumenti concreti mettere in campo per far pagare gli evasori e ridurre le tasse ai tartassati. Senza questo non avremo mai le risorse per sostenere la crescita e l’occupazione, né tantomeno per realizzare una vera equità sociale. Ma visto che i numeri parlano, vediamo a chi essi attribuiscono la responsabilità di quei 228 miliardi di tasse in più, tenendo conto che in economia gli effetti seguono di almeno un anno le decisioni. Il centrodestra di Berlusconi-Tremonti (dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011) ha aumentato le tasse di 176 miliardi (corrispondenti, nella media degli otto anni di governo, a 22 miliardi all’anno). Il centrosinistra di Prodi e Padoa-Schioppa (dal 20o6 al 2008) le ha aumentate di 52 miliardi (corrispondenti, nella media dei due anni di governo, a 26 miliardi). Nell’anno di governo Monti si è avuto un aumento di 20 miliardi. Certo, anche quest’ultimo è stato un aumento importante e doloroso per molti e soprattutto per i tartassati, ma questo va confrontato con la gravità della situazione italiana dell’autunno del 2011 e soprattutto con gli aumenti di tasse poderosi dei dieci anni precedenti, a fronte dei quali la dilagante spesa pubblica e la perdurante evasione fiscale ci hanno condotto a quella tragica settimana nella quale sono state in gioco le sorti finali del Paese. In quello stesso periodo la spesa pubblica è passata da 536 a 805 miliardi, con un aumento di quasi 27o miliardi, tutto dovuto ad aumenti di spesa corrente. Le spese in conto capitale sono invece rimaste pressoché ferme al livello nominale del 2000. All’interno di queste ultime, le spese per infrastrutture hanno avuto un raddoppio nel triennio 2001-2003 passando da circa 3o a poco meno di 6o miliardi all’anno, per poi subire un taglio del 5o% nel 2005, mantenendosi attorno ai 3o miliardi fino al 2011. Ma a chi «questi numeri» ufficiali attribuiscono il totale di aumento delle spese correnti? Negli otto anni di governo Berlusconi-Tremonti, la spesa corrente è aumentata di 206 miliardi di euro (a fronte di un aumento delle tasse di 176 miliardi); nei due anni di governo di Prodi e Padoa-Schioppa l’aumento è stato di 6o miliardi (a fronte di un aumento di tasse di 52 miliardi) e nell’anno di governo Monti la spesa corrente è aumentata di 8 miliardi (a fronte di un aumento di tasse di 20 miliardi). Come si vede quindi dai numeri, tutti i governi hanno aumentato spesa corrente e tasse. Con delle differenze però: il governo Berlusconi-Tremonti, ha aumentato le tasse più di tutti ed ha aumentato ancor di più la spesa corrente; il governo di Prodi e Padoa-Schioppa ha aumentato spesa corrente e tasse quasi dello stesso ammontare; il governo Monti nel 2012 ha contenuto la spesa corrente con un aumento di soli 8 miliardi ed ha aumentato il totale delle entrate di 20 miliardi, piegando in basso il deficit secondo il percorso concordato con l’Europa. È evidente che troppe cicale si sono succedute nell’ultimo decennio, con un cicalone che ha governato per otto anni. E allora ancor piu demagogico e privo di fondamento «numerico» attribuire ai dodici mesi di governo Monti la forte caduta del reddito e dell’occupazione che stiamo tutti soffrendo. Questa grave situazione non si è prodotta in un anno ma, purtroppo per tutti, è il risultato di oltre dieci anni di mancate riforme strutturali ed orchestrine che continuavano a suonare la stessa musica a bordo del Titanic-Italia dicendo che «tutto va ben madama la marchesa».
C’è chi dice che tutto questo è una menzogna, una mascalzonata, una congiura nazionale ed internazionale. Ma se congiura c’è stata questa risale quanto meno al 2oo8, quando quel governo Ber-lusconi-Tremonti, con una larga maggioranza parlamentare, non ha mantenuto una sola promessa elettorale. Al contrario, ha aumentato la spesa pubblica corrente, ha tagliato del 5o% gli investimenti in infrastrutture ed ha aumentato le tasse, non facendo nulla sul fronte delle liberalizzazioni e su una concreta lotta all’evasione, limitata all’inasprimento di molte azioni di vessazione verso i tartassati. E dopo tre anni di frottole sulla «finanza pubblica già messa al sicuro» e su «d’Italia è uscita dalla crisi meglio di Francia e Germania», quella congiura (che forse prefigurava anche una precisa successione allo stesso Berlusconi, ma non certo con «un» Monti, forse con «tre»), ha avuto il suo epilogo con i due raffazzonati decreti del giugno-agosto 2011. Ma questa, più che una congiura è stato un «harakiri» avvenuto ben prima del governo Monti. Infine, le manovre messe in atto da Monti, dure ma necessarie rispetto al rischio incombente di default, sono state votate in Parlamento da una larga seppur strana maggioranza all’interno della quale qualcuno vuole adesso far credere di essere un «alieno» sceso ora sulla concreta e dura realtà dei conti pubblici e dell’economia reale italiana, con una produzione in forte discesa ed una disoccupazione in forte salita. Leopardi direbbe: «Non è passata la tempesta, non vedo augelli far festa, ma c’è chi già torna sulla via e ripete il suo motto meno tasse per tutti». Ebbene, si valuti la credibilità di certe promesse con la «verità dei numeri» del ministero dell’Economia e delle Finanze, risultanti da documenti ufficiali firmati dai vari presidenti del Consiglio e ministri dell’Economia che si sono succeduti in questi anni.

* Senatore (Fli) ed ex viceministro dell’Economia (2001-2006)

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